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La riunione dei genitori dell'Associazione La Fenice Lazio del 1 febbraio 2020 è stata incentrata in gran parte su come i genitori possano comportarsi al meglio nelle situazioni critiche che spesso si verificano.

Innanzi tutto devono avere presente la doppia natura del loro ruolo:

  1. genitoriale/educativo
  2. di comprensione e supporto a quanto avviene per effetto della malattia. I due comportamenti vanno armonizzati riconoscendo di volta in volta la situazione. Occorre collegare il comportamento all'episodio, e capire se è legato alla malattia o alla persona: se è legato alla paura del cibo occorre essere rassicuranti, se invece è legato all'adolescenza o al potere indotto dalla malattia va bloccato genitorialmente. Quindi nelle loro reazioni i genitori devono avere la consapevolezza della situazione, imparando a riconoscere la paura e il dolore dei figli e arginarli, essere accoglienti e - senza dare consigli - dire: "Capisco che quello che hai fatto è perché stai male".

Non è infatti ammissibile che, poiché il figlio sta male, arrivi a mancare di rispetto ai genitori. Bisogna porre un limite, che va dosato di volta in volta. Certo, se in qualche caso si sconfina con il proprio comportamento bisogna avere la capacità di ricomporre, magari chiedendo scusa. Comunque vanno superati assolutamente i sensi di colpa, essere sereni, vivere la propria vita, considerare che i sensi di colpa assalgono anche i figli. La nostra serenità di vita trasmette serenità e bisogna anche accettare che il figlio possa non guarire mai completamente. Infatti anche i genitori si spaventano e stentano ad accettare la realtà della malattia. Non si deve mediare con essa, ma nemmeno avere paura di lei.

Inoltre i due genitori devono sincronizzare i propri comportamenti e gestirli in modo naturale, con le loro forze e le loro debolezze, senza mettere in piedi una sorta di rappresentazione del genitore sempre forte, che non sarebbero in grado di reggere a lungo. I genitori non devono snaturarsi, ma - se possibile - cercare di cambiare ciò che non va in famiglia. L'unica cosa che vince la paura dei figli è sapere che ci sono persone molto determinate a combattere la malattia. A volte nei momenti critici può essere utile far calare la tensione anche con un allontanamento fisico dei gentori. Questo serve a rompere la simbiosi.
Nel doloroso cammino terapeutico, che non sempre i ragazzi hanno la forza di affrontare, devono sapere di poter contare su di noi, ma non possono vivere la nostra vita.

NOTA Questi appunti sono pubblicati con l'aiuto dell'amica Simonetta che li ha raccolti e gentilmente comunicati

Amici di Fenice Lazio

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